La politica dei respingimenti, voluta per garantire una maggiore sicurezza dei cittadini italiani, è solo fumo negli occhi inutile e crudele.
Quello che viene fermato è solo un 15 % dei flussi migratori verso il nostro paese; il resto come è noto, entra regolarmente in Italia dalle frontiere di terra per poi rimanerci come clandestino.
Una procedura, quella dei respingimenti, non solo ingiusta perché impedisce di accogliere e proteggere la vita di chi fugge da perseguitato o da affamato, ma anche crudele perché non si vuol guardare e far conoscere quello che succede dopo, ai "respinti". Il destino che li attende è infatti per molti di loro quello della "morte rossa" nelle carceri e non solo dei paesi di origine, o la "morte bianca" dell'abbandono nel deserto, senza acqua ne viveri, in uso, dicono le organizzazioni umanitarie, in alcuni paesi con i quali l'Italia fa affari e vanta rapporti privilegiati.
Ma tra la politica dei respingimenti, alimentata da paure più o meno giustificate, di chi tiene alla purezza della propria razza, cultura o religione e poi sfrutta la forza lavoro degli immigrati per accudire gli anziani o per faticare nei campi, e quella di chi accoglierebbe tutti, senza guardare ai problemi di sicurezza e di reciproco rispetto che una crescita della popolazione caotica e invasiva, scarica sulle popolazioni del territorio, ci può essere una terza via, produttiva e non assistita?
Anche una organizzazione come la nostra che tutela gli interessi dei cittadini come consumatori ed utenti si deve porre questo problema per due ordini di motivi. Il primo che chiunque abiti anche temporaneamente sul nostro territorio ha diritto allo stesso trattamento e qualità dei servizi dei residenti sia che entri in un supermercato e acquisti regolarmente la sua merce sia che salga su un mezzo pubblico, pagando il biglietto.
Il secondo motivo è che le nostre montagne e campagne si stanno spopolando per il calo demografico e per l'attrazione verso i centri più urbanizzati ed a maggior presenza di servizi e che in queste aree, ma non solo, il tenore di vita delle popolazioni tende a scendere e quando questo avviene, l'attenzione è prioritariamente rivolta alla sopravvivenza e un po meno ai propri diritti. Non è un caso che le associazioni dei consumatori che rappresentano questi diritti, hanno un senso solo nelle società ricche.
Dunque anche a noi spetta, cimentarci non solo nell'applicazione burocratica delle leggi esistenti, ma anche e soprattutto proponendo e combattendo per lo sviluppo delle economie dei territori, partendo proprio dalle aree interne.
Come? Basta mettere in sinergia risorse e bisogni.
Gli immigrati sono una risorsa di forza lavoro flessibile, perché disponibili a lavori manuali e in settori come l'agricoltura, l'artigianato e i servizi, dove la carenza di forza lavoro indigena è ormai endemica.
Molte aree interne subiscono lo spopolamento e come conseguenza l'abbandono del patrimonio edilizio che deperisce per assenza di manutenzione, dell'agricoltura e dei boschi. Un abbandono che ha ormai messo a rischio idrogeologico e d'incendi gran parte del nostro paese.
L'Italia è in grande ritardo nella produzione di energia da fonti rinnovabili e sfrutta assai poco ad esempio le biomasse.
Tutti questi sono ingredienti importanti che se accostati suggeriscono risposte costruttive al problema dell'immigrazione indirizzandola con piani regionali e territoriali verso il ripopolamento equilibrato e non ghettizzato delle aree interne.
Si potrebbe ipotizzare ad esempio che un comune ormai invecchiato e spento nelle sue speranze di sviluppo, cambi l'atteggiamento rassegnato che spera solo nel sostegno delle risorse pubbliche sempre più limitate e punti invece, ad esempio, decisamente nella valorizzazione produttiva a fini di produzione energetica dei propri boschi.
Potrebbe ad esempio rendere disponibili, con un accordo con i proprietari, il proprio patrimonio edilizio abbandonato, a famiglie d'immigrati opportunamente selezionati e "a piccole dosi" in un rapporto con la popolazione residente che non ne stravolga i connotati culturali, ma ne favorisca l' integrazione.
A queste famiglie potrebbe essere affidato un piccolo appezzamento di terreno come "orto di sopravvivenza" col quale garantire un minimo di risorse alimentari utili eventualmente anche ad un piccolo commercio.
Da sole o in forma associata, poi, il comune, in accordo con la regione, potrebbe affidare loro un appezzamento di bosco da coltivare e garantirne la manutenzione, con l'obbiettivo di produrre biomasse per piattaforme consortili in grado di produrre e vendere calore ed energia elettrica.
All'interno di questi paesi in fase di ripopolamento potrebbero inoltre organizzarsi forme di artigianato ed in particolare organizzare ad esempio, una "ricicleria", un ambiente produttivo dove si riparano prodotti scartati dalle famiglie per attività di rinnovo (mobili, elettrodomestici, ecc) e che potrebbero essere risistemati e spediti in container, verso paesi poveri per i quali già oggi esiste un mercato di questi prodotti (Yemen, Somalia, ecc).
Ma non solo, niente vieterebbe infatti che, inoltre, un paese che facesse dell'accoglienza produttiva la sua strategia per i prossimi anni, ospitasse in funzione di una offerta anche turistica, una serie di proposte di cucine etniche popolari e di prodotti artigianali.
Tante piccole occasioni che possono invertire una tendenza negativa verso il degrado dei territori, a condizioni che vengano sfruttate nell'ambito di una programmazione pubblica che favorisca la cultura dell'integrazione,unica strada maestra utile a garantire una sicurezza duratura di tutti i cittadini, immigrati compresi.
Quello che viene fermato è solo un 15 % dei flussi migratori verso il nostro paese; il resto come è noto, entra regolarmente in Italia dalle frontiere di terra per poi rimanerci come clandestino.
Una procedura, quella dei respingimenti, non solo ingiusta perché impedisce di accogliere e proteggere la vita di chi fugge da perseguitato o da affamato, ma anche crudele perché non si vuol guardare e far conoscere quello che succede dopo, ai "respinti". Il destino che li attende è infatti per molti di loro quello della "morte rossa" nelle carceri e non solo dei paesi di origine, o la "morte bianca" dell'abbandono nel deserto, senza acqua ne viveri, in uso, dicono le organizzazioni umanitarie, in alcuni paesi con i quali l'Italia fa affari e vanta rapporti privilegiati.
Ma tra la politica dei respingimenti, alimentata da paure più o meno giustificate, di chi tiene alla purezza della propria razza, cultura o religione e poi sfrutta la forza lavoro degli immigrati per accudire gli anziani o per faticare nei campi, e quella di chi accoglierebbe tutti, senza guardare ai problemi di sicurezza e di reciproco rispetto che una crescita della popolazione caotica e invasiva, scarica sulle popolazioni del territorio, ci può essere una terza via, produttiva e non assistita?
Anche una organizzazione come la nostra che tutela gli interessi dei cittadini come consumatori ed utenti si deve porre questo problema per due ordini di motivi. Il primo che chiunque abiti anche temporaneamente sul nostro territorio ha diritto allo stesso trattamento e qualità dei servizi dei residenti sia che entri in un supermercato e acquisti regolarmente la sua merce sia che salga su un mezzo pubblico, pagando il biglietto.
Il secondo motivo è che le nostre montagne e campagne si stanno spopolando per il calo demografico e per l'attrazione verso i centri più urbanizzati ed a maggior presenza di servizi e che in queste aree, ma non solo, il tenore di vita delle popolazioni tende a scendere e quando questo avviene, l'attenzione è prioritariamente rivolta alla sopravvivenza e un po meno ai propri diritti. Non è un caso che le associazioni dei consumatori che rappresentano questi diritti, hanno un senso solo nelle società ricche.
Dunque anche a noi spetta, cimentarci non solo nell'applicazione burocratica delle leggi esistenti, ma anche e soprattutto proponendo e combattendo per lo sviluppo delle economie dei territori, partendo proprio dalle aree interne.
Come? Basta mettere in sinergia risorse e bisogni.
Gli immigrati sono una risorsa di forza lavoro flessibile, perché disponibili a lavori manuali e in settori come l'agricoltura, l'artigianato e i servizi, dove la carenza di forza lavoro indigena è ormai endemica.
Molte aree interne subiscono lo spopolamento e come conseguenza l'abbandono del patrimonio edilizio che deperisce per assenza di manutenzione, dell'agricoltura e dei boschi. Un abbandono che ha ormai messo a rischio idrogeologico e d'incendi gran parte del nostro paese.
L'Italia è in grande ritardo nella produzione di energia da fonti rinnovabili e sfrutta assai poco ad esempio le biomasse.
Tutti questi sono ingredienti importanti che se accostati suggeriscono risposte costruttive al problema dell'immigrazione indirizzandola con piani regionali e territoriali verso il ripopolamento equilibrato e non ghettizzato delle aree interne.
Si potrebbe ipotizzare ad esempio che un comune ormai invecchiato e spento nelle sue speranze di sviluppo, cambi l'atteggiamento rassegnato che spera solo nel sostegno delle risorse pubbliche sempre più limitate e punti invece, ad esempio, decisamente nella valorizzazione produttiva a fini di produzione energetica dei propri boschi.
Potrebbe ad esempio rendere disponibili, con un accordo con i proprietari, il proprio patrimonio edilizio abbandonato, a famiglie d'immigrati opportunamente selezionati e "a piccole dosi" in un rapporto con la popolazione residente che non ne stravolga i connotati culturali, ma ne favorisca l' integrazione.
A queste famiglie potrebbe essere affidato un piccolo appezzamento di terreno come "orto di sopravvivenza" col quale garantire un minimo di risorse alimentari utili eventualmente anche ad un piccolo commercio.
Da sole o in forma associata, poi, il comune, in accordo con la regione, potrebbe affidare loro un appezzamento di bosco da coltivare e garantirne la manutenzione, con l'obbiettivo di produrre biomasse per piattaforme consortili in grado di produrre e vendere calore ed energia elettrica.
All'interno di questi paesi in fase di ripopolamento potrebbero inoltre organizzarsi forme di artigianato ed in particolare organizzare ad esempio, una "ricicleria", un ambiente produttivo dove si riparano prodotti scartati dalle famiglie per attività di rinnovo (mobili, elettrodomestici, ecc) e che potrebbero essere risistemati e spediti in container, verso paesi poveri per i quali già oggi esiste un mercato di questi prodotti (Yemen, Somalia, ecc).
Ma non solo, niente vieterebbe infatti che, inoltre, un paese che facesse dell'accoglienza produttiva la sua strategia per i prossimi anni, ospitasse in funzione di una offerta anche turistica, una serie di proposte di cucine etniche popolari e di prodotti artigianali.
Tante piccole occasioni che possono invertire una tendenza negativa verso il degrado dei territori, a condizioni che vengano sfruttate nell'ambito di una programmazione pubblica che favorisca la cultura dell'integrazione,unica strada maestra utile a garantire una sicurezza duratura di tutti i cittadini, immigrati compresi.





